Anche questa settimana mi sono dovuta cimentare in cucina. Più per necessità che per velleità, a dirla tutta, comunque ho messo piede in cucina un'altra volta.
Devo dire però che ultimamente sto migliorando a vista d'occhio: non noto più, da qualche tempo a questa parte, quel clima post bellico che solitamente accompagna i miei pasticci, con allagamenti in zona acquaio e eruzioni vulcaniche in zona fornelli. La qual cosa costituisce un sollievo per le mie coinquiline, e non è un problema per me: so che posso ancora dare molto, in merito a disastri culinari.
Comunque, il giretto all'Esselunga dello scorso weekend mi ha dato l'idea brillante per questa delizia, perfetta per i febbricitanti.
RICETTA N°2: DISASTRI ESPLOSIVI ALL'AROMA DI ZUCCA.
Anche questa è semplicissima. Voi prendete una bella fettona di zucca, disponibile in qualsiasi supermercato, la bollite e la frullate fino a ridurla in purè. A questo punto, morbidosa e arancione com'è, la mettete in un pentolino insieme a un po' di latte o panna, a seconda dei vostri gusti, mescolando ogni tanto per amalgamare bene il tutto. Se non avete lo sbattimento di cucinarvi sta zucca, potete ricorrere a un vecchio trucchetto: la comprate già fatta sotto forma di tetrapack verde ramarro Knorr. Mh Mh. Delicious. Siccome avete tempo per rilassarvi, nel frattempo, visto che siete malati, vi potete preparare anche un delizioso té caldo, mettendo l'acqua a bollire lì di fianco, e sbriciolare una bella aspirina in un bicchierone d'acqua. Naturalmente, visto che siete malati come poco fa, tutto vi cadrà dalle mani, e la bella aspirina andrà a condire la vostra cremina di zucca sparendo nei magmi del pentolino. Poco male: l'amaro dell'acido acetilsalicilico stempera il sapore dolciastro della zucca. Una spolverata di noce moscata e via, siete pronti ad affondare il cucchiaio in quella che si presenta come un'invitante colata di lava incandescente.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Nasi storti, espressioni di stupore alla vista dell'acrobazia ai fornelli, rapide e mistiche guarigioni sulla via verso il letto.
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Ricette Sbagliate n°2: se siete malati, fatevi un brodino.
Esagerato da
Lav
alle
18:31
venerdì 8 ottobre 2010
Bene, ci siamo.
Aspetto questo momento da un sacco di tempo.
Finalmente è arrivato; bando alle ciance.
L'automobile la lascio a mio fratello, insieme al mio scooter blu elettrico: è un affare di famiglia. Questioni di discendenza diretta.
Vestiti, gioielli, trucchi, lenzuola, asciugamani, borse, cinture cinturine e cinturoni, foulard e sciarpe, scarpe col tacco, smalti per le unghie, calzettoni colorati e cottonfioc usati alle amiche, più naturalmente laptop, memorie esterne, iPod, cornici digitali, telefonini usati, non usati, fusi e dimenticati, Tom Tom bugiardi e tanto altro ancora: se li spartiscano come meglio credono, secondo i loro gusti ma soprattutto secondo la loro taglia. E finalmente potranno dire di aver camminato nelle mie scarpe.
Il mio apparato snowboardistico al Capitano. In mia imperitura memoria.
La mia collezione di cd al re dei tre mondi. Così si diverte a metterli tutti in ordine di genere, di autore e come gli pare. Insieme al mio passaporto. Che lui li colleziona.
I poster con gli Smashing Pumpkins, Fight Club, la tipa che beve il caffè e Edward Hopper alla ritrovata cugina rock'n roll.
La bicicletta Itterizia alla mia coinquilina. Per tutta la pazienza dimostrata fino ad oggi. E per avermi lanciato le aspirine dal ciglio della porta in più occasioni.
Il mangiadischi Penny, sopravvissuto a anni di distruzione di masse, al mio art zingaro. Il vintage gli piace tanto. Forse riuscirebbe, con la sua pazienza certosina, anche a farlo funzionare di nuovo.
La mia prima macchina da scrivere, conservata con cura fino ad oggi, al mio guru copywriteristico. Se non altro perchè starebbe bene a casa sua. Un bel cimelio, là.
Le valigie (vuote) al mio ex fidanzato: ciò che una volta si allontanò, tornerà. Perchè il paradosso colpisce sempre.
I miei videogiochi d'antan (tipo il Nintendo Game Boy con Super Mario in bianco e nero o il Sega Game Gear) li lascio in ufficio. Secondo me a qualcuno piaceranno.
I libri regalateli: qualcuno saprà cosa farsene. Magari qualcuno li leggerà anche.
I miei vinili suonateli finché non si formano dei buchi nei solchi. Disperdete tutti quei suoni insieme a me.
I miei diari invece seppelliteli con me. Chi c'era a raccogliere i miei pensieri c'era, chi non c'era peggio per lui.
E ho capito che è solo una banale influenza, però la scena lasciatela fare anche a me, ogni tanto.
Aspetto questo momento da un sacco di tempo.
Finalmente è arrivato; bando alle ciance.
L'automobile la lascio a mio fratello, insieme al mio scooter blu elettrico: è un affare di famiglia. Questioni di discendenza diretta.
Vestiti, gioielli, trucchi, lenzuola, asciugamani, borse, cinture cinturine e cinturoni, foulard e sciarpe, scarpe col tacco, smalti per le unghie, calzettoni colorati e cottonfioc usati alle amiche, più naturalmente laptop, memorie esterne, iPod, cornici digitali, telefonini usati, non usati, fusi e dimenticati, Tom Tom bugiardi e tanto altro ancora: se li spartiscano come meglio credono, secondo i loro gusti ma soprattutto secondo la loro taglia. E finalmente potranno dire di aver camminato nelle mie scarpe.
Il mio apparato snowboardistico al Capitano. In mia imperitura memoria.
La mia collezione di cd al re dei tre mondi. Così si diverte a metterli tutti in ordine di genere, di autore e come gli pare. Insieme al mio passaporto. Che lui li colleziona.
I poster con gli Smashing Pumpkins, Fight Club, la tipa che beve il caffè e Edward Hopper alla ritrovata cugina rock'n roll.
La bicicletta Itterizia alla mia coinquilina. Per tutta la pazienza dimostrata fino ad oggi. E per avermi lanciato le aspirine dal ciglio della porta in più occasioni.
Il mangiadischi Penny, sopravvissuto a anni di distruzione di masse, al mio art zingaro. Il vintage gli piace tanto. Forse riuscirebbe, con la sua pazienza certosina, anche a farlo funzionare di nuovo.
La mia prima macchina da scrivere, conservata con cura fino ad oggi, al mio guru copywriteristico. Se non altro perchè starebbe bene a casa sua. Un bel cimelio, là.
Le valigie (vuote) al mio ex fidanzato: ciò che una volta si allontanò, tornerà. Perchè il paradosso colpisce sempre.
I miei videogiochi d'antan (tipo il Nintendo Game Boy con Super Mario in bianco e nero o il Sega Game Gear) li lascio in ufficio. Secondo me a qualcuno piaceranno.
I libri regalateli: qualcuno saprà cosa farsene. Magari qualcuno li leggerà anche.
I miei vinili suonateli finché non si formano dei buchi nei solchi. Disperdete tutti quei suoni insieme a me.
I miei diari invece seppelliteli con me. Chi c'era a raccogliere i miei pensieri c'era, chi non c'era peggio per lui.
E ho capito che è solo una banale influenza, però la scena lasciatela fare anche a me, ogni tanto.
Stasera vorrei parlare di qualcosa di interessante.
Purtroppo, però, parlerò di X-Factor.
Anzi no!
Peggio!
Parlerò di Nevruz.
Dopotutto X-Factor è uno di quegli argomenti psuedointeressanti di cui, però, già troppa gente ha già parlato.
L'ennesima edizione è talmente poco interessante che posso parlarne senza troppi sensi di colpa.
Premettendo che non seguo pedissequamente X-Factor, non posso, a, prescindere dalla sua importanza mediatica, b, ricordare a tutti quanto famosa è ormai diventata la mia imitazione di Mara Maionchi nell'atto di pronunciare la mia parolina magica preferita: NO. (Special thanks to Sissa for the art direction).
Bene, Nevruz, dicevamo. Nevruz è un caso mediatico piuttosto comune. L'esagerazione, il trasformismo, la borderlineness. Uno stile proposto e riproposto a fasi alterne nell'industria dell'entertainment. Cosa c'è di nuovo, quindi? Di nuovo c'è che, a rigor di logica, dopo averci (industria della moda e industria della musica sono i soggetti della frase) propinato prima il punk style (2007) , poi l'hard rock style (2008), per proseguire con l'indie rock style (2009) e concludere con un imprecisato 90's style (2010), a qualcuno è sembrato appropriato ripropinare anche un po' di glam rock style.
What's new? Oggettivamente, niente.
Tanto più che programmi come X-Factor non si vincono certo grazie unicamente a particolari abilità canore, ma servono altresì spiccate personalità e stili riconoscibili, se non addirittura aspirazionali e imitabili.
La domanda è: Nevruz ci è o ci fa?
La risposta è, come sempre, chissenefrega. Stiamo parlando di X- Factor. Spettacolo. O avanspettacolo, come sempre più spesso appare. Lo star stystem non vuole persone: vuole personalità e personaggi. La persona che propongono, che gli spettatori vogliono vedere pur non sapendolo è, generalmente, un personaggio: qualora il suddetto Nevruz se ne fosse costruito uno, non avrebbe fatto una scelta oggettivamente sbagliata.
Se invece ci troviamo davanti a una vera e propria persona, allora, tanto meglio: rocker è, rocker vuole essere, e il principio cardine del rocker è esagerare. Se sono qualità spontanee, ci troviamo davanti a un rocker crismatico ancor prima che carismatico, e la sua scelta di campo, nonostante il rock stia tornando una moda superata, lo rende ancora più figo.
Il fatto che se ne parli tanto è indicativo: Nevruz è esttamente quello che in linguaggio pubblicitario definiremmo oggi contagious.
Ma soprattutto, è l'incarnazione della grande verità enunciata da Elio:"il rock non vuole amici".
Perchè quando c'è il rock c'è tutto. Finchè una chitarra suonerà avremo ancora la forza di alzarci la mattina contro il cielo grigio e cantare tornando a casa ogni sera nel buio dell'indifferenza.
Quindi io adesso quasi quasi faccio come Copywater e vado a cancellare un po' dai miei contatti di Facebook. E anche oggi possiamo dire di aver concluso una serata con un bel rullo di rock'n roll.
Anzi, vado a riascoltarmi gli Arcade Fire.
E francamente dovreste farlo anche voi.
Che secondo me non l'avete sentita bene.
Le parole. Non le avete ascoltate bene.
A studiare, che poi interrogo.
Purtroppo, però, parlerò di X-Factor.
Anzi no!
Peggio!
Parlerò di Nevruz.
Dopotutto X-Factor è uno di quegli argomenti psuedointeressanti di cui, però, già troppa gente ha già parlato.
L'ennesima edizione è talmente poco interessante che posso parlarne senza troppi sensi di colpa.
Premettendo che non seguo pedissequamente X-Factor, non posso, a, prescindere dalla sua importanza mediatica, b, ricordare a tutti quanto famosa è ormai diventata la mia imitazione di Mara Maionchi nell'atto di pronunciare la mia parolina magica preferita: NO. (Special thanks to Sissa for the art direction).
Bene, Nevruz, dicevamo. Nevruz è un caso mediatico piuttosto comune. L'esagerazione, il trasformismo, la borderlineness. Uno stile proposto e riproposto a fasi alterne nell'industria dell'entertainment. Cosa c'è di nuovo, quindi? Di nuovo c'è che, a rigor di logica, dopo averci (industria della moda e industria della musica sono i soggetti della frase) propinato prima il punk style (2007) , poi l'hard rock style (2008), per proseguire con l'indie rock style (2009) e concludere con un imprecisato 90's style (2010), a qualcuno è sembrato appropriato ripropinare anche un po' di glam rock style.What's new? Oggettivamente, niente.
Tanto più che programmi come X-Factor non si vincono certo grazie unicamente a particolari abilità canore, ma servono altresì spiccate personalità e stili riconoscibili, se non addirittura aspirazionali e imitabili.
La domanda è: Nevruz ci è o ci fa?
La risposta è, come sempre, chissenefrega. Stiamo parlando di X- Factor. Spettacolo. O avanspettacolo, come sempre più spesso appare. Lo star stystem non vuole persone: vuole personalità e personaggi. La persona che propongono, che gli spettatori vogliono vedere pur non sapendolo è, generalmente, un personaggio: qualora il suddetto Nevruz se ne fosse costruito uno, non avrebbe fatto una scelta oggettivamente sbagliata.
Se invece ci troviamo davanti a una vera e propria persona, allora, tanto meglio: rocker è, rocker vuole essere, e il principio cardine del rocker è esagerare. Se sono qualità spontanee, ci troviamo davanti a un rocker crismatico ancor prima che carismatico, e la sua scelta di campo, nonostante il rock stia tornando una moda superata, lo rende ancora più figo.
Il fatto che se ne parli tanto è indicativo: Nevruz è esttamente quello che in linguaggio pubblicitario definiremmo oggi contagious.
Ma soprattutto, è l'incarnazione della grande verità enunciata da Elio:"il rock non vuole amici".
Perchè quando c'è il rock c'è tutto. Finchè una chitarra suonerà avremo ancora la forza di alzarci la mattina contro il cielo grigio e cantare tornando a casa ogni sera nel buio dell'indifferenza.
Quindi io adesso quasi quasi faccio come Copywater e vado a cancellare un po' dai miei contatti di Facebook. E anche oggi possiamo dire di aver concluso una serata con un bel rullo di rock'n roll.
Anzi, vado a riascoltarmi gli Arcade Fire.
E francamente dovreste farlo anche voi.
Che secondo me non l'avete sentita bene.
Le parole. Non le avete ascoltate bene.
A studiare, che poi interrogo.
Ricette sbagliate n°1: per uccidere i vostri amici, basta prenderli per la gola.
Esagerato da
Lav
alle
16:30
domenica 26 settembre 2010
Nella vita bisogna puntare su due cose: le cose che si sanno fare bene, e le cose che non si sanno fare affatto.
Io, per esempio, non so cucinare. NIENTE. Sono negata. Per essere bolognese, è abbastanza imbarazzante. Ma che ci devo fare, non ho proprio il talento.
C'è gente che ha rischiato la vita con i miei manicaretti.
C'è gente che, invitata a cena da me, ha telefonato alla mia migliore amica per sapere se era meglio venire già mangiata.
C'è gente che lavora con me e si piega con un finto sorriso a fare da cavia ai miei peggiori esperimenti in cucina, rischiando la vita in pausa pranzo.
C'è gente che comunque è ancora viva quindi secondo me è già un buon risultato. E mentre io continuo imperterrita a destreggiarmi malissimo tra pentole e padelle attentando alla salute di tutti, vi lascio qui le mie peggiori ricette. Nel caso in cui voleste anche voi uccidere qualcuno, prendendolo per la gola.
RICETTA N°1: Pasticcio tailandese.
Questa ricetta è semplicissima. Perfetta se avete poco tempo, molta fame e zero sbattimento.
Bastano una confezione di cous cous, petto di pollo, salsa di soia e un sacchettino di pinoli.
Procedete così: mettete il cous cous a cuocere nella sua acquetta. Nel frattempo tagliate il petto di pollo a dadini, passatelo nella farina e mettetelo a cuocere nella padella dove avrete messo a soffriggere l'olio.
Mentre girate e rigirate il pollo, purtroppo, il cous cous giungerà a cottura ultimata, aumentando esponenzialmente il suo volume: dovrete toglierlo dai fornelli e versarlo in una pirofila riempiendo bene il fondo. Quando tornerete a occuparvi del pollo, vi accorgerete con raccapriccio che sarà mezzo sbruciacchiato da un lato: nessun problema, lo affogate in un'abbondante fontana di salsa di soia, che oltre a insaporire il tutto darà al pollo un colorito uniforme e non sospetto. Unite i pinoli e saltate il tutto con maestria. Versate il pollo pinoloso e ancora fumante sul cous cous già preparato, e su cui avete versato un filo di salsa di soia - che altrimenti avanzava, cosa fai, la butti? - e servite con un sorriso da geisha.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Espressioni di disgusto - occhi torvi analizzando il contenuto del piatto - strani conati - sorprendenti esplosioni di entusiasmo (questa reazione è quella che tuttora mi preoccupa di più).
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Io, per esempio, non so cucinare. NIENTE. Sono negata. Per essere bolognese, è abbastanza imbarazzante. Ma che ci devo fare, non ho proprio il talento.
C'è gente che ha rischiato la vita con i miei manicaretti.
C'è gente che, invitata a cena da me, ha telefonato alla mia migliore amica per sapere se era meglio venire già mangiata.
C'è gente che lavora con me e si piega con un finto sorriso a fare da cavia ai miei peggiori esperimenti in cucina, rischiando la vita in pausa pranzo.
C'è gente che comunque è ancora viva quindi secondo me è già un buon risultato. E mentre io continuo imperterrita a destreggiarmi malissimo tra pentole e padelle attentando alla salute di tutti, vi lascio qui le mie peggiori ricette. Nel caso in cui voleste anche voi uccidere qualcuno, prendendolo per la gola.
RICETTA N°1: Pasticcio tailandese.
Questa ricetta è semplicissima. Perfetta se avete poco tempo, molta fame e zero sbattimento.
Bastano una confezione di cous cous, petto di pollo, salsa di soia e un sacchettino di pinoli.
Procedete così: mettete il cous cous a cuocere nella sua acquetta. Nel frattempo tagliate il petto di pollo a dadini, passatelo nella farina e mettetelo a cuocere nella padella dove avrete messo a soffriggere l'olio.
Mentre girate e rigirate il pollo, purtroppo, il cous cous giungerà a cottura ultimata, aumentando esponenzialmente il suo volume: dovrete toglierlo dai fornelli e versarlo in una pirofila riempiendo bene il fondo. Quando tornerete a occuparvi del pollo, vi accorgerete con raccapriccio che sarà mezzo sbruciacchiato da un lato: nessun problema, lo affogate in un'abbondante fontana di salsa di soia, che oltre a insaporire il tutto darà al pollo un colorito uniforme e non sospetto. Unite i pinoli e saltate il tutto con maestria. Versate il pollo pinoloso e ancora fumante sul cous cous già preparato, e su cui avete versato un filo di salsa di soia - che altrimenti avanzava, cosa fai, la butti? - e servite con un sorriso da geisha.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Espressioni di disgusto - occhi torvi analizzando il contenuto del piatto - strani conati - sorprendenti esplosioni di entusiasmo (questa reazione è quella che tuttora mi preoccupa di più).
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Fatevi la Pub-list: quando proprio non sapete cosa ascoltare.
Esagerato da
Lav
alle
23:48
giovedì 23 settembre 2010
Di creativi ne esistono di tutti i tipi.
Ci sono quelli silenziosi. Quelli chiaccheroni. Quelli fantasiosi. Quelli simpatici. Quelli antipatici. Quelli colti. Quelli distratti. Quelli semplici e quelli complessi.
Ma non esistono creativi pigri. Quello no. Un creativo pigro è contronatura.
Un creativo deve nutrirsi di stimoli. Sennò sta male. Non ce la fa. E' come un Free Willy nella vasca da bagno. Gli manca l'acqua, o meglio l'aria.
Il creativo è curioso. Deve esserlo. E se non lo è lo deve diventare.
Poi ognuno esprime la sua curiosità come esprime la sua creatività: un po' a cazzo di cane, a volte.
Ma un creativo che non ascolta musica è una cosa impensabile.
Il creativo si infila le sue cuffie e puff, pensa. O forse no, ma le cuffie le tiene lo stesso, quindi sembra che qualcosa pensi.
E qui casca l'asino. O meglio casco io.
Perché c'è musica e musica.
Ci sono playlist e playlist.
E le playlist per i pubblicitari non le ha ancora fatte nessuno.
Quei pubblicitari che devono litigare con gli account, risolvere un brief in 16 minuti, fare 82 modifiche in 72 secondi o semplicemente trovare un'ideona. Quei pubblicitari che a volte si annoiano, a volte ridono, a volte cazzeggiano, a volte sognano, a volte dormono.
Per tutti loro c'è la Pub-list: il suggerimento musicale giusto al momento giusto.
Così vi risparmiate un giretto su Youtube e downloadate a colpo sicuro. Ma soprattutto, vi mettete sui vostri brief senza perdere tanto tempo e tanta fatica in dischi che magari non ne valgono la pena.
Giusto?
Poi, se avete una cultura musicale decente bene.
Se non ce l'avete ve la fate.
Anche se non siete creativi.
Anche se non vi sentite neanche lontanamente creativi.
E quindi, come sempre, avete da guadagnarci qualcosa.
Ora, come post di inaugurazione dei questa seconda rubricona destinata ad avere immenso successo tra voi giovani rampanti - sto ancora aspettando le vostre chiose alle Mezze Verità, comunque - vi aspettereste di vedere postati gli Arcade Fire con The Wilderness Downtown. E certo. Ha sconvolto tutti, rocknrollas e non. E invece no!
La sigla di apertura è un capolavorone che è sembrato passare inosservato.
L'ultimo lavoro di una band che piace, sempre, da sempre.
Che entra dentro e scuote l'anima "come il vento freddo sulla funicolare di Bergen", come ha detto una volta qualcuno. Dicendo la verità.
Vi presento il nuovo disco dei Royksopp.
Vi presento il ritorno dell'autunno, del cielo grigio e delle giacche pesanti come i giorni che verranno, come i pensieri che si affolleranno nella testa, come la nebbia che tutto avvolge mentre tutto intorno a noi tace, come l'aria rarefatta allineando risvegli dentro albe meccaniche.
Vi presento "Senior".
Ci sono quelli silenziosi. Quelli chiaccheroni. Quelli fantasiosi. Quelli simpatici. Quelli antipatici. Quelli colti. Quelli distratti. Quelli semplici e quelli complessi.
Ma non esistono creativi pigri. Quello no. Un creativo pigro è contronatura.
Un creativo deve nutrirsi di stimoli. Sennò sta male. Non ce la fa. E' come un Free Willy nella vasca da bagno. Gli manca l'acqua, o meglio l'aria.
Il creativo è curioso. Deve esserlo. E se non lo è lo deve diventare.
Poi ognuno esprime la sua curiosità come esprime la sua creatività: un po' a cazzo di cane, a volte.
Ma un creativo che non ascolta musica è una cosa impensabile.
Il creativo si infila le sue cuffie e puff, pensa. O forse no, ma le cuffie le tiene lo stesso, quindi sembra che qualcosa pensi.
E qui casca l'asino. O meglio casco io.
Perché c'è musica e musica.
Ci sono playlist e playlist.
E le playlist per i pubblicitari non le ha ancora fatte nessuno.
Quei pubblicitari che devono litigare con gli account, risolvere un brief in 16 minuti, fare 82 modifiche in 72 secondi o semplicemente trovare un'ideona. Quei pubblicitari che a volte si annoiano, a volte ridono, a volte cazzeggiano, a volte sognano, a volte dormono.
Per tutti loro c'è la Pub-list: il suggerimento musicale giusto al momento giusto.
Così vi risparmiate un giretto su Youtube e downloadate a colpo sicuro. Ma soprattutto, vi mettete sui vostri brief senza perdere tanto tempo e tanta fatica in dischi che magari non ne valgono la pena.
Giusto?
Poi, se avete una cultura musicale decente bene.
Se non ce l'avete ve la fate.
Anche se non siete creativi.
Anche se non vi sentite neanche lontanamente creativi.
E quindi, come sempre, avete da guadagnarci qualcosa.
Ora, come post di inaugurazione dei questa seconda rubricona destinata ad avere immenso successo tra voi giovani rampanti - sto ancora aspettando le vostre chiose alle Mezze Verità, comunque - vi aspettereste di vedere postati gli Arcade Fire con The Wilderness Downtown. E certo. Ha sconvolto tutti, rocknrollas e non. E invece no!
La sigla di apertura è un capolavorone che è sembrato passare inosservato.
L'ultimo lavoro di una band che piace, sempre, da sempre.
Che entra dentro e scuote l'anima "come il vento freddo sulla funicolare di Bergen", come ha detto una volta qualcuno. Dicendo la verità.
Vi presento il nuovo disco dei Royksopp.
Vi presento il ritorno dell'autunno, del cielo grigio e delle giacche pesanti come i giorni che verranno, come i pensieri che si affolleranno nella testa, come la nebbia che tutto avvolge mentre tutto intorno a noi tace, come l'aria rarefatta allineando risvegli dentro albe meccaniche.
Vi presento "Senior".
E allora?
Siete rientrati dalle vostre vacanze, avete sentito la nostalgia dei luoghi che avete visitato, vi siete divertiti, avete raccontato ai vostri amici le vostre avventure, avete caricato 10.000 gallery su Facebook di spiagge, bambini, gelati, montagne, mari, colline, collane, sorrisi, disastri, devasti, il tutto ripreso da 800.000 angolazioni e magari pure un po' sfocate?
Siete tornati alle vostre scrivanie, avete faticosamente ripescato dalla memoria la password del pc, poi quella della posta, poi quella dolorosa del vostro conto in banca, poi quella del telefonino se siete stati così furbi da spegnerlo per almeno due settimane, e siete rientrati silenziosamente nelle vostre routine, nelle vostre vite, nei vostri affari e nei vostri guai?
Vi siete resi conto che tutto per un attimo è sembrato possibile, diverso, facile e lontano, per poi crollare davanti alla misera considerazione che tutto è sempre uguale, tutto procede come sempre, e voi siete cambiati, ma mica poi tanto, e anche voi in fondo siete quelli di prima?
Insomma. Siete tornati?
Bravi.
IO NO.
Cioè sono tornata anche io. Però non è proprio tutto tutto uguale.
Mi sto confrontando con grandi temi. Alla ricerca delle risposte alle domande fondamentali.
Però quando cerco di scriverle, non riesco mai a concluderle. Non trovo le parole giuste.
Ed ecco la prima novità della stagione.
Dopo essermi a lungo arrovellata su come usare i 140 caratteri di Twitter in modo decente, vi presento le
MEZZE VERITA': grandi verità lasciate a metà.
Perchè ognuno poi crede in quello che gli pare.
Quindi potete dare il finale che più vi piace a ogni grande verità e rivendervela come preferite facendo un figurone coi presenti. Se proprio ci tenete potete anche farmi sapere come le avete chiuse; le trovate sul mio profilo Twitter, e quindi anche qui a fianco, quando mi pare.
Prossimamente su questi schermi parleremo di Facebook, advertising, neve fresca e soprattutto rock'n roll.
Tutto come prima. O niente come prima. Vedremo.
Siete rientrati dalle vostre vacanze, avete sentito la nostalgia dei luoghi che avete visitato, vi siete divertiti, avete raccontato ai vostri amici le vostre avventure, avete caricato 10.000 gallery su Facebook di spiagge, bambini, gelati, montagne, mari, colline, collane, sorrisi, disastri, devasti, il tutto ripreso da 800.000 angolazioni e magari pure un po' sfocate?
Siete tornati alle vostre scrivanie, avete faticosamente ripescato dalla memoria la password del pc, poi quella della posta, poi quella dolorosa del vostro conto in banca, poi quella del telefonino se siete stati così furbi da spegnerlo per almeno due settimane, e siete rientrati silenziosamente nelle vostre routine, nelle vostre vite, nei vostri affari e nei vostri guai?
Vi siete resi conto che tutto per un attimo è sembrato possibile, diverso, facile e lontano, per poi crollare davanti alla misera considerazione che tutto è sempre uguale, tutto procede come sempre, e voi siete cambiati, ma mica poi tanto, e anche voi in fondo siete quelli di prima?
Insomma. Siete tornati?
Bravi.
IO NO.
Cioè sono tornata anche io. Però non è proprio tutto tutto uguale.
Mi sto confrontando con grandi temi. Alla ricerca delle risposte alle domande fondamentali.
Però quando cerco di scriverle, non riesco mai a concluderle. Non trovo le parole giuste.
Ed ecco la prima novità della stagione.
Dopo essermi a lungo arrovellata su come usare i 140 caratteri di Twitter in modo decente, vi presento le
MEZZE VERITA': grandi verità lasciate a metà.
Perchè ognuno poi crede in quello che gli pare.
Quindi potete dare il finale che più vi piace a ogni grande verità e rivendervela come preferite facendo un figurone coi presenti. Se proprio ci tenete potete anche farmi sapere come le avete chiuse; le trovate sul mio profilo Twitter, e quindi anche qui a fianco, quando mi pare.
Prossimamente su questi schermi parleremo di Facebook, advertising, neve fresca e soprattutto rock'n roll.
Tutto come prima. O niente come prima. Vedremo.
Avrei voluto scrivervi questa cosa.
Avrei voluto scrivervi che ieri sera, mentre ascoltavo Paolo Nutini e cercavo di darne una definizione che comprendesse similitudini con altre precedenti rockstar mi è venuta in mente quest'idea.
Avrei voluto scrivervi che alla fine abbiamo deciso che Paolo Nutini è un incrocio tra Lou Reed, Ricky Martin e mio nonno Mario, per il suono che fa la sua esse scozzese nel microfono, proprio come quella di mio nonno senza dentiera, ma non importa.
Quello che volevo scrivervi è che il fatto di aver bisogno di paragoni col passato per dare una definizione di qualcosa definisce di pe sé la nostra condizione. Che se i coetanei di Palahniuk erano i figli di mezzo della storia, noi siamo i figli della fine della storia.
Col peso opprimente di un passato glorioso sulle nostre spalle e i giorni scanditi da un futuro a progetto. Cullati dall'idea d poter fare qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di indimenticabile, quando tutto questo già è stato fatto, e i nostri anni migliori passano aspettando un domani che non sarà mai come lo avremo voluto. Con la tragica e costante tensione tra una vita in condivisione e i sogni anche. Che qualsiasi cosa tu voglia fare ormai è un mestiere codificato, e qualcuno l'ha già fatto meglio di te.
Avrei voluto dirvi che forse ci meritiamo un destino mediocre, noi che ci prendiamo troppo sul serio criticando aspramente scrittori, musicisti, artisti e metalmeccanici, senza però aver mai il coraggio di provare a fare lo stesso rischiando di fallire allo stesso modo. Perchè altri che si prendono troppo sul serio ci farebbero a pezzi, e questo non potremmo sopportarlo.
Avrei voluto scrivervi che ci meritiamo di essere gli ultimi, e non perchè gli ultimi saranno i primi, ma perchè siamo gli ultimi, piccoli omunculi rimasti di un mondo che non c'è più, antenati del mondo che sarà e che forse non riusciremo a capire in tempo.
Avrei voluto scrivervi tutto questo.
Ma oggi ho avuto una notizia meravigliosa, perciò non ve lo dico.
Salvata in corner da questo maledetto ma soprattutto benedetto lavoro.
Copywriting - Lavinia: 1 - 0. E la storia continua, almeno per ora.
Avrei voluto scrivervi che ieri sera, mentre ascoltavo Paolo Nutini e cercavo di darne una definizione che comprendesse similitudini con altre precedenti rockstar mi è venuta in mente quest'idea.
Avrei voluto scrivervi che alla fine abbiamo deciso che Paolo Nutini è un incrocio tra Lou Reed, Ricky Martin e mio nonno Mario, per il suono che fa la sua esse scozzese nel microfono, proprio come quella di mio nonno senza dentiera, ma non importa.
Quello che volevo scrivervi è che il fatto di aver bisogno di paragoni col passato per dare una definizione di qualcosa definisce di pe sé la nostra condizione. Che se i coetanei di Palahniuk erano i figli di mezzo della storia, noi siamo i figli della fine della storia.
Col peso opprimente di un passato glorioso sulle nostre spalle e i giorni scanditi da un futuro a progetto. Cullati dall'idea d poter fare qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di indimenticabile, quando tutto questo già è stato fatto, e i nostri anni migliori passano aspettando un domani che non sarà mai come lo avremo voluto. Con la tragica e costante tensione tra una vita in condivisione e i sogni anche. Che qualsiasi cosa tu voglia fare ormai è un mestiere codificato, e qualcuno l'ha già fatto meglio di te.
Avrei voluto dirvi che forse ci meritiamo un destino mediocre, noi che ci prendiamo troppo sul serio criticando aspramente scrittori, musicisti, artisti e metalmeccanici, senza però aver mai il coraggio di provare a fare lo stesso rischiando di fallire allo stesso modo. Perchè altri che si prendono troppo sul serio ci farebbero a pezzi, e questo non potremmo sopportarlo.
Avrei voluto scrivervi che ci meritiamo di essere gli ultimi, e non perchè gli ultimi saranno i primi, ma perchè siamo gli ultimi, piccoli omunculi rimasti di un mondo che non c'è più, antenati del mondo che sarà e che forse non riusciremo a capire in tempo.
Avrei voluto scrivervi tutto questo.
Ma oggi ho avuto una notizia meravigliosa, perciò non ve lo dico.
Salvata in corner da questo maledetto ma soprattutto benedetto lavoro.
Copywriting - Lavinia: 1 - 0. E la storia continua, almeno per ora.
La prima cosa da sapere, care signorine, è che il Subbuteo è una cosa da uomini. L'utilità della donna all'inteno del Subbuteo è pericolosamente prossima allo zero. Questo non significa che non sia divertente, tutt'altro.
E zitte, laggiù in fondo: vi ho sentito. Dell'inutilità della donna in generale parleremo un'altra volta.
La seconda cosa da sapere sul Subbuteo è che è come il calcio. Cioè, davvero. Comprende cose come il fuorigioco, il fallo, la marcatura a zona, l'arbitraggio, l'infortunio, i dissensi con l'allenatore, il ritiro anticipato e cose così. Come vi ho già spiegato, giovanotte, queste prime regole del calcio sono state pronunciate da Dio in persona subito dopo aver creato Adamo dal fango: non sapendo cosa dirgli, ha pensato bene di parlare di calcio. Ma siccome la donna è stata creata dopo, e queste cose questi due uomini se li sono detti in trollesco stretto (la stessa lingua che pare parlino i figli di KTTB, stando alle loro stesse dichiarazioni), non ci è dato di capirle. Prendetene atto.
Anche perchè, dopotutto, chissenefrega! Care ragazze, avete altre cose a cui pensare. Le scarpe, ad esempio, specialmente se nei paraggi si trovano personaggi come Mizio.
La terza cosa da sapere sul Subbuteo è che è come il calcio: è fatto di tantissime cose.Non c'è solo la partita.C'è la tensione. Ci sono gli spettatori. Ci sono le foto. Ci sono le chiacchere a bordo campo.Ci sono i dolci, le bottiglie di birra, i discorsi seri e meno seri, la pizza, le palline rimbalzine, le parole a casaccio ("ignominia", ad esempio, è una parola che potrebbe venire usata a sproposito, o quantomeno priva di contesto. Non fateci caso. Sono uomini calcistici, dopotutto).
La quarta cosa da sapere sul Subbuteo è che ci sono casi inspiegabili. O almeno così pare.
Solo in un torneo di Subbuteo vi potrebbe capitare di vedere un uomo con una maglietta dei Joy Division vincere una Musa con lo stesso riferimento tatuato su una spalla. Roba di predestinazione. Mica pizza e bomboloni.
Ma queste sono cose da Coppa dei Marpioni. Molto più di semplice Subbuteo. E anche molto più di semplici Marpioni.
E zitte, laggiù in fondo: vi ho sentito. Dell'inutilità della donna in generale parleremo un'altra volta.
La seconda cosa da sapere sul Subbuteo è che è come il calcio. Cioè, davvero. Comprende cose come il fuorigioco, il fallo, la marcatura a zona, l'arbitraggio, l'infortunio, i dissensi con l'allenatore, il ritiro anticipato e cose così. Come vi ho già spiegato, giovanotte, queste prime regole del calcio sono state pronunciate da Dio in persona subito dopo aver creato Adamo dal fango: non sapendo cosa dirgli, ha pensato bene di parlare di calcio. Ma siccome la donna è stata creata dopo, e queste cose questi due uomini se li sono detti in trollesco stretto (la stessa lingua che pare parlino i figli di KTTB, stando alle loro stesse dichiarazioni), non ci è dato di capirle. Prendetene atto.
Anche perchè, dopotutto, chissenefrega! Care ragazze, avete altre cose a cui pensare. Le scarpe, ad esempio, specialmente se nei paraggi si trovano personaggi come Mizio.
La terza cosa da sapere sul Subbuteo è che è come il calcio: è fatto di tantissime cose.Non c'è solo la partita.C'è la tensione. Ci sono gli spettatori. Ci sono le foto. Ci sono le chiacchere a bordo campo.Ci sono i dolci, le bottiglie di birra, i discorsi seri e meno seri, la pizza, le palline rimbalzine, le parole a casaccio ("ignominia", ad esempio, è una parola che potrebbe venire usata a sproposito, o quantomeno priva di contesto. Non fateci caso. Sono uomini calcistici, dopotutto).
La quarta cosa da sapere sul Subbuteo è che ci sono casi inspiegabili. O almeno così pare.
Solo in un torneo di Subbuteo vi potrebbe capitare di vedere un uomo con una maglietta dei Joy Division vincere una Musa con lo stesso riferimento tatuato su una spalla. Roba di predestinazione. Mica pizza e bomboloni.
Ma queste sono cose da Coppa dei Marpioni. Molto più di semplice Subbuteo. E anche molto più di semplici Marpioni.
Stendhal N°#.
La prima volta che li ho sentiti non sapevo neanche chi fossero. E ho detto, mah, mica male.
La seconda volta che li ho sentiti erano la colonna sonora di un film. E ho detto, ah, eh, ah però.
La terza volta ho ascoltato bene tutto il loro disco. In loop. Domenica mattina. E ho detto.... non ho detto niente, anche perchè era ora che smettessi di balbettare versi sconclusionati. Ho guardato un sacco il soffitto però.
E loro sono i The Bizarre Collection. Ecco.
E' grazie a loro, se finalmente so con precisione cos'è un Bouzouki.
La prima volta che li ho sentiti non sapevo neanche chi fossero. E ho detto, mah, mica male.
La seconda volta che li ho sentiti erano la colonna sonora di un film. E ho detto, ah, eh, ah però.
La terza volta ho ascoltato bene tutto il loro disco. In loop. Domenica mattina. E ho detto.... non ho detto niente, anche perchè era ora che smettessi di balbettare versi sconclusionati. Ho guardato un sacco il soffitto però.
E loro sono i The Bizarre Collection. Ecco.
E' grazie a loro, se finalmente so con precisione cos'è un Bouzouki.
Solo una cosa. Anzi due. Anzi tre. Poi taccio per almeno 24 ore.
Esagerato da
Lav
alle
22:55
martedì 29 giugno 2010
La prima cosa è che io faccio la pendolare da almeno 11 anni.
La prima volta avevo 15 anni. Andai da mio papà e gli dissi, papà, me li dai dei soldi che devo prendere un treno? E lui, per fare cosa? E io, papà, mi sono innamorata. Fu così che cominciai l'andirivieni sabatodomenicale alla volta di Firenze, una settimana si e una pure. Esci da scuola all'una, prendi il treno alle due, torni indietro la domenica alle 8. Così per quattro anni. A fare i compiti sull'Eurostar. In cui ho rischiato di morire una volta per incendio della carozza, sono stata molestata una volta, ho ascoltato un sacco di bei dischi col walkman. Tante volte.
La seconda volta avevo 22 anni, e vivevo in quattro città diverse contemporaneamente. A Parma studiavo, a Bologna dormivo, a Roma passavo i weekend e a Mallorca le estati. Sveglia alle 5.20 del mattino, scontro con mamma fantasmagorica in corridoio prima degli esami, colazione a RedBull e brioche appena sfornata alle 7.15 sui ponti di Parma ogni giorno. Così per due anni. A preparare gli esami sull'Intercity. In cui mi sono laureata una volta, sono stata molestata una volta, ho letto un sacco di bei libri. Tante volte.
La terza volta avevo 25 anni, e mi sono trasferita a Milano, e i miei in Austria. E quindi non posso dire niente perchè è stato solo un anno fa, e tuttora cerco di conciliare questo puzzle che ho tra le mani tenendo sempre una valigia a portata di mano. Come si fa quando si sta per partorire, no? Che l'equilibrio pazienza, ma di calzini puliti bisogna sempre averne un paio pronti.
E io avevo pensato a scrivere di questa vita sul treno. Si ci avevo proprio pensato, perchè chi non lo vive non ha idea della miriade di cose che possono succedere ogni volta su un vagone. Le persone che vedi. I discorsi che fai. Quel tempo che perdi, in fondo, si ma per cosa? E io avevo anche scritto un racconto, sui treni, dove un finestrino era indeciso su quale parte guardare, che fuori si il panorama era bello, ma dentro era un'altra cosa. Diciamo pure che era un modo come un altro per non addormentarsi durante le ore di italiano, e quindi per ripicca alla prof del caso io scrivevo e non ascoltavo. Abitudine che peraltro non ho mai perso del tutto.
Solo che il mio racconto l'ho scritto al liceo e fa anche un po' cagare a rileggerlo adesso. Che avevo uno stile un po' borioso, ai tempi. Però c'è una persona che questo racconto sa scriverlo meglio di me. Tutti i giorni sulla pagina di Facebook. E ve lo racconta tutti i giorni con la sua voce, proprio la sua, su ShooTV. Si chiamano TrainDogs. E un po' Traindogs, capite, mi sento anche io. Se non altro per quella volta che ho rischiato di morire di cui vi parlavo poco fa.
La seconda cosa è che mi sono innamorata dei collage di Sinsi. Quelli che vedete qui, per intenderci. Sinsi ha una mente perversa, ma ha un cuore che funziona benissimo. E lunghi capelli rossi.
Oltre a ciò, Sinsi è anche una bravissima art director. Informazione che in questa sede mi sembra secondaria, ma magari qualcuno lo voleva sapere. Ma soprattutto, Sinsi ha fatto QUESTO collage che tra poco sarà in MIO possesso:
MIO! MIO! E' TUTTO MIO!
Da questa reazione si evince che i collage di Sinsi hanno su di me un effetto ancora più devastante delle caramelle, delle scarpe di Vivienne Westwood e delle spade laser.
E se vi state chiedendo cosa ci sia scritto là nell'angolino a sinistra, ecco che compare la grande verità:
SURVIVAL SECRET: IT GETS WORSE BEFORE BETTER. TRY NOT TO PANIC.
E anche sto mese abbiamo trovato un mantra che pare funzioni.
La terza cosa che dovevo dire non me la ricordo più. Magari mi viene in mente domani.
La prima volta avevo 15 anni. Andai da mio papà e gli dissi, papà, me li dai dei soldi che devo prendere un treno? E lui, per fare cosa? E io, papà, mi sono innamorata. Fu così che cominciai l'andirivieni sabatodomenicale alla volta di Firenze, una settimana si e una pure. Esci da scuola all'una, prendi il treno alle due, torni indietro la domenica alle 8. Così per quattro anni. A fare i compiti sull'Eurostar. In cui ho rischiato di morire una volta per incendio della carozza, sono stata molestata una volta, ho ascoltato un sacco di bei dischi col walkman. Tante volte.
La seconda volta avevo 22 anni, e vivevo in quattro città diverse contemporaneamente. A Parma studiavo, a Bologna dormivo, a Roma passavo i weekend e a Mallorca le estati. Sveglia alle 5.20 del mattino, scontro con mamma fantasmagorica in corridoio prima degli esami, colazione a RedBull e brioche appena sfornata alle 7.15 sui ponti di Parma ogni giorno. Così per due anni. A preparare gli esami sull'Intercity. In cui mi sono laureata una volta, sono stata molestata una volta, ho letto un sacco di bei libri. Tante volte.
La terza volta avevo 25 anni, e mi sono trasferita a Milano, e i miei in Austria. E quindi non posso dire niente perchè è stato solo un anno fa, e tuttora cerco di conciliare questo puzzle che ho tra le mani tenendo sempre una valigia a portata di mano. Come si fa quando si sta per partorire, no? Che l'equilibrio pazienza, ma di calzini puliti bisogna sempre averne un paio pronti.
E io avevo pensato a scrivere di questa vita sul treno. Si ci avevo proprio pensato, perchè chi non lo vive non ha idea della miriade di cose che possono succedere ogni volta su un vagone. Le persone che vedi. I discorsi che fai. Quel tempo che perdi, in fondo, si ma per cosa? E io avevo anche scritto un racconto, sui treni, dove un finestrino era indeciso su quale parte guardare, che fuori si il panorama era bello, ma dentro era un'altra cosa. Diciamo pure che era un modo come un altro per non addormentarsi durante le ore di italiano, e quindi per ripicca alla prof del caso io scrivevo e non ascoltavo. Abitudine che peraltro non ho mai perso del tutto.
Solo che il mio racconto l'ho scritto al liceo e fa anche un po' cagare a rileggerlo adesso. Che avevo uno stile un po' borioso, ai tempi. Però c'è una persona che questo racconto sa scriverlo meglio di me. Tutti i giorni sulla pagina di Facebook. E ve lo racconta tutti i giorni con la sua voce, proprio la sua, su ShooTV. Si chiamano TrainDogs. E un po' Traindogs, capite, mi sento anche io. Se non altro per quella volta che ho rischiato di morire di cui vi parlavo poco fa.
La seconda cosa è che mi sono innamorata dei collage di Sinsi. Quelli che vedete qui, per intenderci. Sinsi ha una mente perversa, ma ha un cuore che funziona benissimo. E lunghi capelli rossi.
Oltre a ciò, Sinsi è anche una bravissima art director. Informazione che in questa sede mi sembra secondaria, ma magari qualcuno lo voleva sapere. Ma soprattutto, Sinsi ha fatto QUESTO collage che tra poco sarà in MIO possesso:
MIO! MIO! E' TUTTO MIO!
Da questa reazione si evince che i collage di Sinsi hanno su di me un effetto ancora più devastante delle caramelle, delle scarpe di Vivienne Westwood e delle spade laser.
E se vi state chiedendo cosa ci sia scritto là nell'angolino a sinistra, ecco che compare la grande verità:
SURVIVAL SECRET: IT GETS WORSE BEFORE BETTER. TRY NOT TO PANIC.
E anche sto mese abbiamo trovato un mantra che pare funzioni.
La terza cosa che dovevo dire non me la ricordo più. Magari mi viene in mente domani.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Human after all:
My Online Shelf:
My Tagcloud:
3D
(1)
Cannes Lions
(1)
Press
(1)
Publist
(7)
advertising
(11)
blogging
(3)
copywriting
(8)
cyber
(1)
digital
(6)
live in milano
(4)
mezze verità
(1)
ricette sbagliate
(4)
rock'n roll
(10)
social network
(2)
spot
(2)
subliminal
(2)
viral
(6)
Casual Viral Friday:
My virtual petling:
My Linkography:
- Ad occhi ben aperti
- Copywater
- Creative Classics
- Creativo di Merda
- Davide Boscacci
- DoubleBblog
- Guiablog
- JacquelineWas17
- Joe La Pompe
- Jose Rodriguez
- KTTB Libero sulla parola
- Le gatte di Via Plinio
- Liquidi
- Mizioblog
- Monsters&Co
- MyEgoWillKillYou
- Oh my Marketing!
- Simply ADdicted
- Sparate sul copy
- Ted Disbanded
- The Ego Blog
- Words & Other stuff

