L'avete fatto di nuovo.
Siete andati all'IKEA.
E nella moltitudine immensa di cuscini, coperte fucsia, asciugamani verde mela, appoggiatesta, appoggiacomputer, appoggiagomiti, pelouche a forma di elefante, di farfalla, di orecchio e coniglietto, palle di Natale, palle di pelo, librerie Billa (non bisogna mai lasciarsele scappare), trapani e quant'altro, avete visto la cassa.
L'avete raggiunta.
L'avete superata.
E siete entrati nella mitica bottega svedese.
Il luogo incantato.
Ecco, giunti questo punto, per favore, cercate di concentrarvi.
Dovete trovare una confezione sui toni del rosso e del bianco, a forma di cartone del latte. Acquistarla.
Uscire. E via, siete pronti per una nuova apocalisse gastronomica.
Il contenuto di quel favoloso brik altro non è che una miscela di farine integrali la cui principale è la segale. Le altre non le so, informatevi da soli perchè io preferisco non sapere.
Tutto quello che dovete fare, a questo punto, è preparare la nostra fantastica ricetta.
RICETTA N°3: Mattonella svedese.
rovesciare il miscuglio in un'ampia ciotola, e mescolare aggiungendo acqua fino a formare un composto grumoso e dal colore poco invitante. Dopodichè, accorgervi con orrore che non possedete né carta da forno, né burro per imburrare la teglia che non avete trovato: eh si, perchè manco quella c'avete in casa.
Quindi prendete quella cosa argentata a forma di cosa argentata che vi capita tra le mani e la cospargete in lungo e in largo degli avanzi di strutto che trovate nel frigo. (Precisazione obbligatoria: il vostro frigo potrà essere vuoto quanto volete, ma mai e poi mai deve mancare un panetto di strutto. MAI. Mia nonna si rivolterebbe nella tomba se ciò accadesse).
Su questa cosa sberluccicante voi versate l'impasto, infornate il tutto e ve ne andate a farvi i fatti vostri per un'ora.
Tornate in cucina pimpanti e assaporate il delizioso profumino che si è sparso ovunque. Eh già. Fare il pane in casa è una goduria. Avvicinatevi circospetti al forno ed estraetene con estrema cautela una mattonella del peso specifico di un bimbo di 3 anni dall'invitante color piccione morto/moribondo.
Poi provate a sbatterla contro il muro.
Ancora.
Ancora.
Ancora.
Visto? Pane indistruttibile. E' buonissimo e morbidissimo, ma per scoprirlo dovrete riuscire a distruggere la crosta marmorea che lo strutto a contatto con la segale gli avrà formato tutto intorno.
Mal che vada potete usarlo come centrotavola.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Delirium tremens causato dalla sovraesposizione delle narici al profumino di pane appena sfornato, escoriazioni varie, buchi sui muri, lacime amare.
Se riuscite ad addentarlo: pesantezza esistenziale, masticazione perenne, sonnolenza.
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Ah.
Finalmente un bel gioco da copy.
Certo che ci divertiamo veramente con poco.
Vabbè, se volete vedere cosa ho combinato io con 26 lettere e cosa hanno combinato tanti altri loschi figuri, seguite questa traccia.
Vabbè, se volete vedere cosa ho combinato io con 26 lettere e cosa hanno combinato tanti altri loschi figuri, seguite questa traccia.
A QWERTY STORY: La maledizione del J27: "Quel weekend, esoteriche riflessioni terrorizzavano Ylenia: un insolito onomastico pensando alla superstizione dei fantasmi giovani (Hendr..."
G'morning, fellas. Come dite? Ah si. Ho avuto un weekend piuttosto lungo.
Comunque, procediamo.
E' lunedì mattina e il vostro cervello si rifiuta categoricamente di seguirvi.
E' lunedì mattina e riscoprite il piacere di dover ricapitolare, al vostro risveglio, informazioni importanti quali chi siete, dove siete, cosa fate e soprattutto perché lo fate, perché non ve lo ricordate.
Sensazione che credevate dimenticata e invece, oppalà, è di nuovo parte di voi.
E' lunedì mattina e avete la proprietà lessicale di un poppante e il vocabolario di un alieno venuto dallo spazio profondo.
Insomma, è lunedì mattina, non ve lo devo spiegare io.
Quindi?
Non fate fatica.
Procedete con un risveglio neuronale soft.
Lyrics facili e motivetti orecchiabili. Quel tanto che vi basta per carburare fino all'agenzia e rovinare sulla poltrona in attesa che l'italiano che è in voi si risvegli.
Ecco a voi una lista di canzoni adatte al lunedì mattina: orecchiabili e con lyrics totalmente assenti.
e per finire, un Julian Casablancas che il suo weekend non l'ha ancora superato:
Mi aspetto di vedervi tutti allegri, fischiettanti e biascicanti "No, people they don't understand, no spaceships they won't understand, no grandsons they don't understand" sulle vostre strade verso la ripresa di conoscenza.
Comunque, procediamo.
E' lunedì mattina e il vostro cervello si rifiuta categoricamente di seguirvi.
E' lunedì mattina e riscoprite il piacere di dover ricapitolare, al vostro risveglio, informazioni importanti quali chi siete, dove siete, cosa fate e soprattutto perché lo fate, perché non ve lo ricordate.
Sensazione che credevate dimenticata e invece, oppalà, è di nuovo parte di voi.
E' lunedì mattina e avete la proprietà lessicale di un poppante e il vocabolario di un alieno venuto dallo spazio profondo.
Insomma, è lunedì mattina, non ve lo devo spiegare io.
Quindi?
Non fate fatica.
Procedete con un risveglio neuronale soft.
Lyrics facili e motivetti orecchiabili. Quel tanto che vi basta per carburare fino all'agenzia e rovinare sulla poltrona in attesa che l'italiano che è in voi si risvegli.
Ecco a voi una lista di canzoni adatte al lunedì mattina: orecchiabili e con lyrics totalmente assenti.
e per finire, un Julian Casablancas che il suo weekend non l'ha ancora superato:
Mi aspetto di vedervi tutti allegri, fischiettanti e biascicanti "No, people they don't understand, no spaceships they won't understand, no grandsons they don't understand" sulle vostre strade verso la ripresa di conoscenza.
La domenica mattina.
Quella bolla di sapone tra la settimana uscente e quella entrante. Quel mal di testa tra la sera prima e la mattina dopo. Quel vuoto pneumatico tra un'idea chiusa e una ancora da aprire.
Quel misto confuso tra smarrimento, allegria, relax, carburante e nausea.
La domenica mattina è il non luogo perfetto per riflettere.
Pentirsi dei propri errori.
E giurare di non farlo mai più.
Fino alla domenica dopo.
I Nokeys sono come la domenica mattina.
Un buco spaziotemporale dove rifugiarsi anche solo per un attimo. Per poi sentire la verità che volevamo nascondere.
Perchè conoscono quell'ingannevole distanza tra una calma apparente e una devastante tempesta interiore.
Perchè conoscono l'incomprensibile magia di saper parlare dritto al cuore degli uomini, anche quando hanno dimenticato di averne uno, o anche quando fanno semplicemente finta di non sentirlo.
Forse è per questo che il nuovo video dei Nokeys esce di domenica mattina. Forse.
Nel video c'è tutto questo.
E non fa male.
Auguro anche a voi di trovarlo.
Tenetelo nascosto, tenetelo per voi.
Fino alla prossima domenica mattina.
E se ci riuscite, già che ci siete, trovate anche l'autrice.
E' nascosta nelle pieghe delle sue domeniche. E anche in qualche frame.
Quella bolla di sapone tra la settimana uscente e quella entrante. Quel mal di testa tra la sera prima e la mattina dopo. Quel vuoto pneumatico tra un'idea chiusa e una ancora da aprire.
Quel misto confuso tra smarrimento, allegria, relax, carburante e nausea.
La domenica mattina è il non luogo perfetto per riflettere.
Pentirsi dei propri errori.
E giurare di non farlo mai più.
Fino alla domenica dopo.
I Nokeys sono come la domenica mattina.
Un buco spaziotemporale dove rifugiarsi anche solo per un attimo. Per poi sentire la verità che volevamo nascondere.
Perchè conoscono quell'ingannevole distanza tra una calma apparente e una devastante tempesta interiore.
Perchè conoscono l'incomprensibile magia di saper parlare dritto al cuore degli uomini, anche quando hanno dimenticato di averne uno, o anche quando fanno semplicemente finta di non sentirlo.
Forse è per questo che il nuovo video dei Nokeys esce di domenica mattina. Forse.
Nel video c'è tutto questo.
E non fa male.
Auguro anche a voi di trovarlo.
Tenetelo nascosto, tenetelo per voi.
Fino alla prossima domenica mattina.
E se ci riuscite, già che ci siete, trovate anche l'autrice.
E' nascosta nelle pieghe delle sue domeniche. E anche in qualche frame.
Ricette Sbagliate n°2: se siete malati, fatevi un brodino.
Esagerato da
Lav
alle
18:31
venerdì 8 ottobre 2010
Anche questa settimana mi sono dovuta cimentare in cucina. Più per necessità che per velleità, a dirla tutta, comunque ho messo piede in cucina un'altra volta.
Devo dire però che ultimamente sto migliorando a vista d'occhio: non noto più, da qualche tempo a questa parte, quel clima post bellico che solitamente accompagna i miei pasticci, con allagamenti in zona acquaio e eruzioni vulcaniche in zona fornelli. La qual cosa costituisce un sollievo per le mie coinquiline, e non è un problema per me: so che posso ancora dare molto, in merito a disastri culinari.
Comunque, il giretto all'Esselunga dello scorso weekend mi ha dato l'idea brillante per questa delizia, perfetta per i febbricitanti.
RICETTA N°2: DISASTRI ESPLOSIVI ALL'AROMA DI ZUCCA.
Anche questa è semplicissima. Voi prendete una bella fettona di zucca, disponibile in qualsiasi supermercato, la bollite e la frullate fino a ridurla in purè. A questo punto, morbidosa e arancione com'è, la mettete in un pentolino insieme a un po' di latte o panna, a seconda dei vostri gusti, mescolando ogni tanto per amalgamare bene il tutto. Se non avete lo sbattimento di cucinarvi sta zucca, potete ricorrere a un vecchio trucchetto: la comprate già fatta sotto forma di tetrapack verde ramarro Knorr. Mh Mh. Delicious. Siccome avete tempo per rilassarvi, nel frattempo, visto che siete malati, vi potete preparare anche un delizioso té caldo, mettendo l'acqua a bollire lì di fianco, e sbriciolare una bella aspirina in un bicchierone d'acqua. Naturalmente, visto che siete malati come poco fa, tutto vi cadrà dalle mani, e la bella aspirina andrà a condire la vostra cremina di zucca sparendo nei magmi del pentolino. Poco male: l'amaro dell'acido acetilsalicilico stempera il sapore dolciastro della zucca. Una spolverata di noce moscata e via, siete pronti ad affondare il cucchiaio in quella che si presenta come un'invitante colata di lava incandescente.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Nasi storti, espressioni di stupore alla vista dell'acrobazia ai fornelli, rapide e mistiche guarigioni sulla via verso il letto.
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Devo dire però che ultimamente sto migliorando a vista d'occhio: non noto più, da qualche tempo a questa parte, quel clima post bellico che solitamente accompagna i miei pasticci, con allagamenti in zona acquaio e eruzioni vulcaniche in zona fornelli. La qual cosa costituisce un sollievo per le mie coinquiline, e non è un problema per me: so che posso ancora dare molto, in merito a disastri culinari.
Comunque, il giretto all'Esselunga dello scorso weekend mi ha dato l'idea brillante per questa delizia, perfetta per i febbricitanti.
RICETTA N°2: DISASTRI ESPLOSIVI ALL'AROMA DI ZUCCA.
Anche questa è semplicissima. Voi prendete una bella fettona di zucca, disponibile in qualsiasi supermercato, la bollite e la frullate fino a ridurla in purè. A questo punto, morbidosa e arancione com'è, la mettete in un pentolino insieme a un po' di latte o panna, a seconda dei vostri gusti, mescolando ogni tanto per amalgamare bene il tutto. Se non avete lo sbattimento di cucinarvi sta zucca, potete ricorrere a un vecchio trucchetto: la comprate già fatta sotto forma di tetrapack verde ramarro Knorr. Mh Mh. Delicious. Siccome avete tempo per rilassarvi, nel frattempo, visto che siete malati, vi potete preparare anche un delizioso té caldo, mettendo l'acqua a bollire lì di fianco, e sbriciolare una bella aspirina in un bicchierone d'acqua. Naturalmente, visto che siete malati come poco fa, tutto vi cadrà dalle mani, e la bella aspirina andrà a condire la vostra cremina di zucca sparendo nei magmi del pentolino. Poco male: l'amaro dell'acido acetilsalicilico stempera il sapore dolciastro della zucca. Una spolverata di noce moscata e via, siete pronti ad affondare il cucchiaio in quella che si presenta come un'invitante colata di lava incandescente.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Nasi storti, espressioni di stupore alla vista dell'acrobazia ai fornelli, rapide e mistiche guarigioni sulla via verso il letto.
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Bene, ci siamo.
Aspetto questo momento da un sacco di tempo.
Finalmente è arrivato; bando alle ciance.
L'automobile la lascio a mio fratello, insieme al mio scooter blu elettrico: è un affare di famiglia. Questioni di discendenza diretta.
Vestiti, gioielli, trucchi, lenzuola, asciugamani, borse, cinture cinturine e cinturoni, foulard e sciarpe, scarpe col tacco, smalti per le unghie, calzettoni colorati e cottonfioc usati alle amiche, più naturalmente laptop, memorie esterne, iPod, cornici digitali, telefonini usati, non usati, fusi e dimenticati, Tom Tom bugiardi e tanto altro ancora: se li spartiscano come meglio credono, secondo i loro gusti ma soprattutto secondo la loro taglia. E finalmente potranno dire di aver camminato nelle mie scarpe.
Il mio apparato snowboardistico al Capitano. In mia imperitura memoria.
La mia collezione di cd al re dei tre mondi. Così si diverte a metterli tutti in ordine di genere, di autore e come gli pare. Insieme al mio passaporto. Che lui li colleziona.
I poster con gli Smashing Pumpkins, Fight Club, la tipa che beve il caffè e Edward Hopper alla ritrovata cugina rock'n roll.
La bicicletta Itterizia alla mia coinquilina. Per tutta la pazienza dimostrata fino ad oggi. E per avermi lanciato le aspirine dal ciglio della porta in più occasioni.
Il mangiadischi Penny, sopravvissuto a anni di distruzione di masse, al mio art zingaro. Il vintage gli piace tanto. Forse riuscirebbe, con la sua pazienza certosina, anche a farlo funzionare di nuovo.
La mia prima macchina da scrivere, conservata con cura fino ad oggi, al mio guru copywriteristico. Se non altro perchè starebbe bene a casa sua. Un bel cimelio, là.
Le valigie (vuote) al mio ex fidanzato: ciò che una volta si allontanò, tornerà. Perchè il paradosso colpisce sempre.
I miei videogiochi d'antan (tipo il Nintendo Game Boy con Super Mario in bianco e nero o il Sega Game Gear) li lascio in ufficio. Secondo me a qualcuno piaceranno.
I libri regalateli: qualcuno saprà cosa farsene. Magari qualcuno li leggerà anche.
I miei vinili suonateli finché non si formano dei buchi nei solchi. Disperdete tutti quei suoni insieme a me.
I miei diari invece seppelliteli con me. Chi c'era a raccogliere i miei pensieri c'era, chi non c'era peggio per lui.
E ho capito che è solo una banale influenza, però la scena lasciatela fare anche a me, ogni tanto.
Aspetto questo momento da un sacco di tempo.
Finalmente è arrivato; bando alle ciance.
L'automobile la lascio a mio fratello, insieme al mio scooter blu elettrico: è un affare di famiglia. Questioni di discendenza diretta.
Vestiti, gioielli, trucchi, lenzuola, asciugamani, borse, cinture cinturine e cinturoni, foulard e sciarpe, scarpe col tacco, smalti per le unghie, calzettoni colorati e cottonfioc usati alle amiche, più naturalmente laptop, memorie esterne, iPod, cornici digitali, telefonini usati, non usati, fusi e dimenticati, Tom Tom bugiardi e tanto altro ancora: se li spartiscano come meglio credono, secondo i loro gusti ma soprattutto secondo la loro taglia. E finalmente potranno dire di aver camminato nelle mie scarpe.
Il mio apparato snowboardistico al Capitano. In mia imperitura memoria.
La mia collezione di cd al re dei tre mondi. Così si diverte a metterli tutti in ordine di genere, di autore e come gli pare. Insieme al mio passaporto. Che lui li colleziona.
I poster con gli Smashing Pumpkins, Fight Club, la tipa che beve il caffè e Edward Hopper alla ritrovata cugina rock'n roll.
La bicicletta Itterizia alla mia coinquilina. Per tutta la pazienza dimostrata fino ad oggi. E per avermi lanciato le aspirine dal ciglio della porta in più occasioni.
Il mangiadischi Penny, sopravvissuto a anni di distruzione di masse, al mio art zingaro. Il vintage gli piace tanto. Forse riuscirebbe, con la sua pazienza certosina, anche a farlo funzionare di nuovo.
La mia prima macchina da scrivere, conservata con cura fino ad oggi, al mio guru copywriteristico. Se non altro perchè starebbe bene a casa sua. Un bel cimelio, là.
Le valigie (vuote) al mio ex fidanzato: ciò che una volta si allontanò, tornerà. Perchè il paradosso colpisce sempre.
I miei videogiochi d'antan (tipo il Nintendo Game Boy con Super Mario in bianco e nero o il Sega Game Gear) li lascio in ufficio. Secondo me a qualcuno piaceranno.
I libri regalateli: qualcuno saprà cosa farsene. Magari qualcuno li leggerà anche.
I miei vinili suonateli finché non si formano dei buchi nei solchi. Disperdete tutti quei suoni insieme a me.
I miei diari invece seppelliteli con me. Chi c'era a raccogliere i miei pensieri c'era, chi non c'era peggio per lui.
E ho capito che è solo una banale influenza, però la scena lasciatela fare anche a me, ogni tanto.
Stasera vorrei parlare di qualcosa di interessante.
Purtroppo, però, parlerò di X-Factor.
Anzi no!
Peggio!
Parlerò di Nevruz.
Dopotutto X-Factor è uno di quegli argomenti psuedointeressanti di cui, però, già troppa gente ha già parlato.
L'ennesima edizione è talmente poco interessante che posso parlarne senza troppi sensi di colpa.
Premettendo che non seguo pedissequamente X-Factor, non posso, a, prescindere dalla sua importanza mediatica, b, ricordare a tutti quanto famosa è ormai diventata la mia imitazione di Mara Maionchi nell'atto di pronunciare la mia parolina magica preferita: NO. (Special thanks to Sissa for the art direction).
Bene, Nevruz, dicevamo. Nevruz è un caso mediatico piuttosto comune. L'esagerazione, il trasformismo, la borderlineness. Uno stile proposto e riproposto a fasi alterne nell'industria dell'entertainment. Cosa c'è di nuovo, quindi? Di nuovo c'è che, a rigor di logica, dopo averci (industria della moda e industria della musica sono i soggetti della frase) propinato prima il punk style (2007) , poi l'hard rock style (2008), per proseguire con l'indie rock style (2009) e concludere con un imprecisato 90's style (2010), a qualcuno è sembrato appropriato ripropinare anche un po' di glam rock style.
What's new? Oggettivamente, niente.
Tanto più che programmi come X-Factor non si vincono certo grazie unicamente a particolari abilità canore, ma servono altresì spiccate personalità e stili riconoscibili, se non addirittura aspirazionali e imitabili.
La domanda è: Nevruz ci è o ci fa?
La risposta è, come sempre, chissenefrega. Stiamo parlando di X- Factor. Spettacolo. O avanspettacolo, come sempre più spesso appare. Lo star stystem non vuole persone: vuole personalità e personaggi. La persona che propongono, che gli spettatori vogliono vedere pur non sapendolo è, generalmente, un personaggio: qualora il suddetto Nevruz se ne fosse costruito uno, non avrebbe fatto una scelta oggettivamente sbagliata.
Se invece ci troviamo davanti a una vera e propria persona, allora, tanto meglio: rocker è, rocker vuole essere, e il principio cardine del rocker è esagerare. Se sono qualità spontanee, ci troviamo davanti a un rocker crismatico ancor prima che carismatico, e la sua scelta di campo, nonostante il rock stia tornando una moda superata, lo rende ancora più figo.
Il fatto che se ne parli tanto è indicativo: Nevruz è esttamente quello che in linguaggio pubblicitario definiremmo oggi contagious.
Ma soprattutto, è l'incarnazione della grande verità enunciata da Elio:"il rock non vuole amici".
Perchè quando c'è il rock c'è tutto. Finchè una chitarra suonerà avremo ancora la forza di alzarci la mattina contro il cielo grigio e cantare tornando a casa ogni sera nel buio dell'indifferenza.
Quindi io adesso quasi quasi faccio come Copywater e vado a cancellare un po' dai miei contatti di Facebook. E anche oggi possiamo dire di aver concluso una serata con un bel rullo di rock'n roll.
Anzi, vado a riascoltarmi gli Arcade Fire.
E francamente dovreste farlo anche voi.
Che secondo me non l'avete sentita bene.
Le parole. Non le avete ascoltate bene.
A studiare, che poi interrogo.
Purtroppo, però, parlerò di X-Factor.
Anzi no!
Peggio!
Parlerò di Nevruz.
Dopotutto X-Factor è uno di quegli argomenti psuedointeressanti di cui, però, già troppa gente ha già parlato.
L'ennesima edizione è talmente poco interessante che posso parlarne senza troppi sensi di colpa.
Premettendo che non seguo pedissequamente X-Factor, non posso, a, prescindere dalla sua importanza mediatica, b, ricordare a tutti quanto famosa è ormai diventata la mia imitazione di Mara Maionchi nell'atto di pronunciare la mia parolina magica preferita: NO. (Special thanks to Sissa for the art direction).
Bene, Nevruz, dicevamo. Nevruz è un caso mediatico piuttosto comune. L'esagerazione, il trasformismo, la borderlineness. Uno stile proposto e riproposto a fasi alterne nell'industria dell'entertainment. Cosa c'è di nuovo, quindi? Di nuovo c'è che, a rigor di logica, dopo averci (industria della moda e industria della musica sono i soggetti della frase) propinato prima il punk style (2007) , poi l'hard rock style (2008), per proseguire con l'indie rock style (2009) e concludere con un imprecisato 90's style (2010), a qualcuno è sembrato appropriato ripropinare anche un po' di glam rock style.What's new? Oggettivamente, niente.
Tanto più che programmi come X-Factor non si vincono certo grazie unicamente a particolari abilità canore, ma servono altresì spiccate personalità e stili riconoscibili, se non addirittura aspirazionali e imitabili.
La domanda è: Nevruz ci è o ci fa?
La risposta è, come sempre, chissenefrega. Stiamo parlando di X- Factor. Spettacolo. O avanspettacolo, come sempre più spesso appare. Lo star stystem non vuole persone: vuole personalità e personaggi. La persona che propongono, che gli spettatori vogliono vedere pur non sapendolo è, generalmente, un personaggio: qualora il suddetto Nevruz se ne fosse costruito uno, non avrebbe fatto una scelta oggettivamente sbagliata.
Se invece ci troviamo davanti a una vera e propria persona, allora, tanto meglio: rocker è, rocker vuole essere, e il principio cardine del rocker è esagerare. Se sono qualità spontanee, ci troviamo davanti a un rocker crismatico ancor prima che carismatico, e la sua scelta di campo, nonostante il rock stia tornando una moda superata, lo rende ancora più figo.
Il fatto che se ne parli tanto è indicativo: Nevruz è esttamente quello che in linguaggio pubblicitario definiremmo oggi contagious.
Ma soprattutto, è l'incarnazione della grande verità enunciata da Elio:"il rock non vuole amici".
Perchè quando c'è il rock c'è tutto. Finchè una chitarra suonerà avremo ancora la forza di alzarci la mattina contro il cielo grigio e cantare tornando a casa ogni sera nel buio dell'indifferenza.
Quindi io adesso quasi quasi faccio come Copywater e vado a cancellare un po' dai miei contatti di Facebook. E anche oggi possiamo dire di aver concluso una serata con un bel rullo di rock'n roll.
Anzi, vado a riascoltarmi gli Arcade Fire.
E francamente dovreste farlo anche voi.
Che secondo me non l'avete sentita bene.
Le parole. Non le avete ascoltate bene.
A studiare, che poi interrogo.
Ricette sbagliate n°1: per uccidere i vostri amici, basta prenderli per la gola.
Esagerato da
Lav
alle
16:30
domenica 26 settembre 2010
Nella vita bisogna puntare su due cose: le cose che si sanno fare bene, e le cose che non si sanno fare affatto.
Io, per esempio, non so cucinare. NIENTE. Sono negata. Per essere bolognese, è abbastanza imbarazzante. Ma che ci devo fare, non ho proprio il talento.
C'è gente che ha rischiato la vita con i miei manicaretti.
C'è gente che, invitata a cena da me, ha telefonato alla mia migliore amica per sapere se era meglio venire già mangiata.
C'è gente che lavora con me e si piega con un finto sorriso a fare da cavia ai miei peggiori esperimenti in cucina, rischiando la vita in pausa pranzo.
C'è gente che comunque è ancora viva quindi secondo me è già un buon risultato. E mentre io continuo imperterrita a destreggiarmi malissimo tra pentole e padelle attentando alla salute di tutti, vi lascio qui le mie peggiori ricette. Nel caso in cui voleste anche voi uccidere qualcuno, prendendolo per la gola.
RICETTA N°1: Pasticcio tailandese.
Questa ricetta è semplicissima. Perfetta se avete poco tempo, molta fame e zero sbattimento.
Bastano una confezione di cous cous, petto di pollo, salsa di soia e un sacchettino di pinoli.
Procedete così: mettete il cous cous a cuocere nella sua acquetta. Nel frattempo tagliate il petto di pollo a dadini, passatelo nella farina e mettetelo a cuocere nella padella dove avrete messo a soffriggere l'olio.
Mentre girate e rigirate il pollo, purtroppo, il cous cous giungerà a cottura ultimata, aumentando esponenzialmente il suo volume: dovrete toglierlo dai fornelli e versarlo in una pirofila riempiendo bene il fondo. Quando tornerete a occuparvi del pollo, vi accorgerete con raccapriccio che sarà mezzo sbruciacchiato da un lato: nessun problema, lo affogate in un'abbondante fontana di salsa di soia, che oltre a insaporire il tutto darà al pollo un colorito uniforme e non sospetto. Unite i pinoli e saltate il tutto con maestria. Versate il pollo pinoloso e ancora fumante sul cous cous già preparato, e su cui avete versato un filo di salsa di soia - che altrimenti avanzava, cosa fai, la butti? - e servite con un sorriso da geisha.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Espressioni di disgusto - occhi torvi analizzando il contenuto del piatto - strani conati - sorprendenti esplosioni di entusiasmo (questa reazione è quella che tuttora mi preoccupa di più).
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Io, per esempio, non so cucinare. NIENTE. Sono negata. Per essere bolognese, è abbastanza imbarazzante. Ma che ci devo fare, non ho proprio il talento.
C'è gente che ha rischiato la vita con i miei manicaretti.
C'è gente che, invitata a cena da me, ha telefonato alla mia migliore amica per sapere se era meglio venire già mangiata.
C'è gente che lavora con me e si piega con un finto sorriso a fare da cavia ai miei peggiori esperimenti in cucina, rischiando la vita in pausa pranzo.
C'è gente che comunque è ancora viva quindi secondo me è già un buon risultato. E mentre io continuo imperterrita a destreggiarmi malissimo tra pentole e padelle attentando alla salute di tutti, vi lascio qui le mie peggiori ricette. Nel caso in cui voleste anche voi uccidere qualcuno, prendendolo per la gola.
RICETTA N°1: Pasticcio tailandese.
Questa ricetta è semplicissima. Perfetta se avete poco tempo, molta fame e zero sbattimento.
Bastano una confezione di cous cous, petto di pollo, salsa di soia e un sacchettino di pinoli.
Procedete così: mettete il cous cous a cuocere nella sua acquetta. Nel frattempo tagliate il petto di pollo a dadini, passatelo nella farina e mettetelo a cuocere nella padella dove avrete messo a soffriggere l'olio.
Mentre girate e rigirate il pollo, purtroppo, il cous cous giungerà a cottura ultimata, aumentando esponenzialmente il suo volume: dovrete toglierlo dai fornelli e versarlo in una pirofila riempiendo bene il fondo. Quando tornerete a occuparvi del pollo, vi accorgerete con raccapriccio che sarà mezzo sbruciacchiato da un lato: nessun problema, lo affogate in un'abbondante fontana di salsa di soia, che oltre a insaporire il tutto darà al pollo un colorito uniforme e non sospetto. Unite i pinoli e saltate il tutto con maestria. Versate il pollo pinoloso e ancora fumante sul cous cous già preparato, e su cui avete versato un filo di salsa di soia - che altrimenti avanzava, cosa fai, la butti? - e servite con un sorriso da geisha.
RISULTATI OTTENUTI FINORA:
Espressioni di disgusto - occhi torvi analizzando il contenuto del piatto - strani conati - sorprendenti esplosioni di entusiasmo (questa reazione è quella che tuttora mi preoccupa di più).
Morti sopraggiunte: finora nessuna.
Fin qui, tutto bene.
Fatevi la Pub-list: quando proprio non sapete cosa ascoltare.
Esagerato da
Lav
alle
23:48
giovedì 23 settembre 2010
Di creativi ne esistono di tutti i tipi.
Ci sono quelli silenziosi. Quelli chiaccheroni. Quelli fantasiosi. Quelli simpatici. Quelli antipatici. Quelli colti. Quelli distratti. Quelli semplici e quelli complessi.
Ma non esistono creativi pigri. Quello no. Un creativo pigro è contronatura.
Un creativo deve nutrirsi di stimoli. Sennò sta male. Non ce la fa. E' come un Free Willy nella vasca da bagno. Gli manca l'acqua, o meglio l'aria.
Il creativo è curioso. Deve esserlo. E se non lo è lo deve diventare.
Poi ognuno esprime la sua curiosità come esprime la sua creatività: un po' a cazzo di cane, a volte.
Ma un creativo che non ascolta musica è una cosa impensabile.
Il creativo si infila le sue cuffie e puff, pensa. O forse no, ma le cuffie le tiene lo stesso, quindi sembra che qualcosa pensi.
E qui casca l'asino. O meglio casco io.
Perché c'è musica e musica.
Ci sono playlist e playlist.
E le playlist per i pubblicitari non le ha ancora fatte nessuno.
Quei pubblicitari che devono litigare con gli account, risolvere un brief in 16 minuti, fare 82 modifiche in 72 secondi o semplicemente trovare un'ideona. Quei pubblicitari che a volte si annoiano, a volte ridono, a volte cazzeggiano, a volte sognano, a volte dormono.
Per tutti loro c'è la Pub-list: il suggerimento musicale giusto al momento giusto.
Così vi risparmiate un giretto su Youtube e downloadate a colpo sicuro. Ma soprattutto, vi mettete sui vostri brief senza perdere tanto tempo e tanta fatica in dischi che magari non ne valgono la pena.
Giusto?
Poi, se avete una cultura musicale decente bene.
Se non ce l'avete ve la fate.
Anche se non siete creativi.
Anche se non vi sentite neanche lontanamente creativi.
E quindi, come sempre, avete da guadagnarci qualcosa.
Ora, come post di inaugurazione dei questa seconda rubricona destinata ad avere immenso successo tra voi giovani rampanti - sto ancora aspettando le vostre chiose alle Mezze Verità, comunque - vi aspettereste di vedere postati gli Arcade Fire con The Wilderness Downtown. E certo. Ha sconvolto tutti, rocknrollas e non. E invece no!
La sigla di apertura è un capolavorone che è sembrato passare inosservato.
L'ultimo lavoro di una band che piace, sempre, da sempre.
Che entra dentro e scuote l'anima "come il vento freddo sulla funicolare di Bergen", come ha detto una volta qualcuno. Dicendo la verità.
Vi presento il nuovo disco dei Royksopp.
Vi presento il ritorno dell'autunno, del cielo grigio e delle giacche pesanti come i giorni che verranno, come i pensieri che si affolleranno nella testa, come la nebbia che tutto avvolge mentre tutto intorno a noi tace, come l'aria rarefatta allineando risvegli dentro albe meccaniche.
Vi presento "Senior".
Ci sono quelli silenziosi. Quelli chiaccheroni. Quelli fantasiosi. Quelli simpatici. Quelli antipatici. Quelli colti. Quelli distratti. Quelli semplici e quelli complessi.
Ma non esistono creativi pigri. Quello no. Un creativo pigro è contronatura.
Un creativo deve nutrirsi di stimoli. Sennò sta male. Non ce la fa. E' come un Free Willy nella vasca da bagno. Gli manca l'acqua, o meglio l'aria.
Il creativo è curioso. Deve esserlo. E se non lo è lo deve diventare.
Poi ognuno esprime la sua curiosità come esprime la sua creatività: un po' a cazzo di cane, a volte.
Ma un creativo che non ascolta musica è una cosa impensabile.
Il creativo si infila le sue cuffie e puff, pensa. O forse no, ma le cuffie le tiene lo stesso, quindi sembra che qualcosa pensi.
E qui casca l'asino. O meglio casco io.
Perché c'è musica e musica.
Ci sono playlist e playlist.
E le playlist per i pubblicitari non le ha ancora fatte nessuno.
Quei pubblicitari che devono litigare con gli account, risolvere un brief in 16 minuti, fare 82 modifiche in 72 secondi o semplicemente trovare un'ideona. Quei pubblicitari che a volte si annoiano, a volte ridono, a volte cazzeggiano, a volte sognano, a volte dormono.
Per tutti loro c'è la Pub-list: il suggerimento musicale giusto al momento giusto.
Così vi risparmiate un giretto su Youtube e downloadate a colpo sicuro. Ma soprattutto, vi mettete sui vostri brief senza perdere tanto tempo e tanta fatica in dischi che magari non ne valgono la pena.
Giusto?
Poi, se avete una cultura musicale decente bene.
Se non ce l'avete ve la fate.
Anche se non siete creativi.
Anche se non vi sentite neanche lontanamente creativi.
E quindi, come sempre, avete da guadagnarci qualcosa.
Ora, come post di inaugurazione dei questa seconda rubricona destinata ad avere immenso successo tra voi giovani rampanti - sto ancora aspettando le vostre chiose alle Mezze Verità, comunque - vi aspettereste di vedere postati gli Arcade Fire con The Wilderness Downtown. E certo. Ha sconvolto tutti, rocknrollas e non. E invece no!
La sigla di apertura è un capolavorone che è sembrato passare inosservato.
L'ultimo lavoro di una band che piace, sempre, da sempre.
Che entra dentro e scuote l'anima "come il vento freddo sulla funicolare di Bergen", come ha detto una volta qualcuno. Dicendo la verità.
Vi presento il nuovo disco dei Royksopp.
Vi presento il ritorno dell'autunno, del cielo grigio e delle giacche pesanti come i giorni che verranno, come i pensieri che si affolleranno nella testa, come la nebbia che tutto avvolge mentre tutto intorno a noi tace, come l'aria rarefatta allineando risvegli dentro albe meccaniche.
Vi presento "Senior".
E allora?
Siete rientrati dalle vostre vacanze, avete sentito la nostalgia dei luoghi che avete visitato, vi siete divertiti, avete raccontato ai vostri amici le vostre avventure, avete caricato 10.000 gallery su Facebook di spiagge, bambini, gelati, montagne, mari, colline, collane, sorrisi, disastri, devasti, il tutto ripreso da 800.000 angolazioni e magari pure un po' sfocate?
Siete tornati alle vostre scrivanie, avete faticosamente ripescato dalla memoria la password del pc, poi quella della posta, poi quella dolorosa del vostro conto in banca, poi quella del telefonino se siete stati così furbi da spegnerlo per almeno due settimane, e siete rientrati silenziosamente nelle vostre routine, nelle vostre vite, nei vostri affari e nei vostri guai?
Vi siete resi conto che tutto per un attimo è sembrato possibile, diverso, facile e lontano, per poi crollare davanti alla misera considerazione che tutto è sempre uguale, tutto procede come sempre, e voi siete cambiati, ma mica poi tanto, e anche voi in fondo siete quelli di prima?
Insomma. Siete tornati?
Bravi.
IO NO.
Cioè sono tornata anche io. Però non è proprio tutto tutto uguale.
Mi sto confrontando con grandi temi. Alla ricerca delle risposte alle domande fondamentali.
Però quando cerco di scriverle, non riesco mai a concluderle. Non trovo le parole giuste.
Ed ecco la prima novità della stagione.
Dopo essermi a lungo arrovellata su come usare i 140 caratteri di Twitter in modo decente, vi presento le
MEZZE VERITA': grandi verità lasciate a metà.
Perchè ognuno poi crede in quello che gli pare.
Quindi potete dare il finale che più vi piace a ogni grande verità e rivendervela come preferite facendo un figurone coi presenti. Se proprio ci tenete potete anche farmi sapere come le avete chiuse; le trovate sul mio profilo Twitter, e quindi anche qui a fianco, quando mi pare.
Prossimamente su questi schermi parleremo di Facebook, advertising, neve fresca e soprattutto rock'n roll.
Tutto come prima. O niente come prima. Vedremo.
Siete rientrati dalle vostre vacanze, avete sentito la nostalgia dei luoghi che avete visitato, vi siete divertiti, avete raccontato ai vostri amici le vostre avventure, avete caricato 10.000 gallery su Facebook di spiagge, bambini, gelati, montagne, mari, colline, collane, sorrisi, disastri, devasti, il tutto ripreso da 800.000 angolazioni e magari pure un po' sfocate?
Siete tornati alle vostre scrivanie, avete faticosamente ripescato dalla memoria la password del pc, poi quella della posta, poi quella dolorosa del vostro conto in banca, poi quella del telefonino se siete stati così furbi da spegnerlo per almeno due settimane, e siete rientrati silenziosamente nelle vostre routine, nelle vostre vite, nei vostri affari e nei vostri guai?
Vi siete resi conto che tutto per un attimo è sembrato possibile, diverso, facile e lontano, per poi crollare davanti alla misera considerazione che tutto è sempre uguale, tutto procede come sempre, e voi siete cambiati, ma mica poi tanto, e anche voi in fondo siete quelli di prima?
Insomma. Siete tornati?
Bravi.
IO NO.
Cioè sono tornata anche io. Però non è proprio tutto tutto uguale.
Mi sto confrontando con grandi temi. Alla ricerca delle risposte alle domande fondamentali.
Però quando cerco di scriverle, non riesco mai a concluderle. Non trovo le parole giuste.
Ed ecco la prima novità della stagione.
Dopo essermi a lungo arrovellata su come usare i 140 caratteri di Twitter in modo decente, vi presento le
MEZZE VERITA': grandi verità lasciate a metà.
Perchè ognuno poi crede in quello che gli pare.
Quindi potete dare il finale che più vi piace a ogni grande verità e rivendervela come preferite facendo un figurone coi presenti. Se proprio ci tenete potete anche farmi sapere come le avete chiuse; le trovate sul mio profilo Twitter, e quindi anche qui a fianco, quando mi pare.
Prossimamente su questi schermi parleremo di Facebook, advertising, neve fresca e soprattutto rock'n roll.
Tutto come prima. O niente come prima. Vedremo.
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